Rivoltelle, donne rock antimafia

Undici anni fa si sono messe a sparare i primi colpi che avevano in canna. Colpi a suon di rock, colpi di donne del Sud, di quella punta di Stivale che sta stretta e fa male a chi vuol camminare con le proprie gambe. Per farsi largo tra sguardi oscuri e ostili, forse serviva proprio chiamarsi Le Rivoltelle. E loro quattro, quel nome, l’hanno impugnato per davvero. Sparando in aria a salve tra chitarre elettriche e colpi di batteria la loro rabbia, diventata ribellione per non doversi rassegnare a una sterile implosione. Ora il loro rock è diventato il più orgoglioso e dirompente dei proclami. Io non mi inchinoè il nuovo singolo delle Rivoltelle, che anticipa l’album in preparazione per l’autunno. «Per questo brano ci siamo ispirate al procuratore antimafia Nicola Gratteri – racconta la cosentina Elena Palermo, violinista, chitarrista, sassofonista e cantante di questo gruppo calabrese tutto al femminile –. Il testo rimanda alla sua storia, la nascita in una famiglia contadina, i sacrifici e il coraggio per arrivare a essere un magistrato simbolo del riscatto e della legalità. 

In Calabria la sua figura è molto sentita, almeno da chi ha un minimo di sensibilità sul tema della mafia. E a lui ci siamo ispirate per questo brano che nel titolo denuncia l’assurdo atto di far inchinare davanti alla casa del boss locale la statua portata in processione». Il brano è in digital download, in radio e su tutte le piattaforme streaming con un video della regista Livia Alcalde Patané in cui, dietro alla band che suona, due ragazzini con le dita a pistola e un fare mafioso intimidiscono dei coetanei e scaraventano a terra i giocattoli posti su un tavolino. Sarà una ragazzina a ribellarsi e a dare l’esempio agli altri compagni, finché i due 'mafiosi in erba' saranno circondati da un disarmante e pacificante girotondo. «Bisogna far capire alle nuove generazioni – dice Elena – che per ribellarsi ai mafiosi si deve essere uniti. Se no, continueranno a toglierci la libertà e la gioia di vivere. Abbiamo scelto dei ragazzini come protagonisti perché solo la speranza e il desiderio di futuro ci possono salvare e ridare dignità. Io rivendico il diritto di ognuno alla gioia. Ma si deve cominciare da bambini a desiderarla, prima di infettarsi con il germe della mafiosità che toglie la libertà, il futuro e sporca la vita». Elena, diplomata in violino al conservatorio, ha cominciato a suonare da bambina «spronata e sostenuta dai genitori perché vedevano che con la musica ero felice». 

Dieci anni fa l’incontro a Cosenza con la coetanea bassista Alessandra, poi con le trentenni Angela (chitarrista) e Paola (batterista) di dieci anni più giovani. Nel 2010 l’incontro con il produttore Mimmo Cristiani dà il via alla loro duplice sfida. «La prima difficoltà è stata convincere la gente che non stavamo scherzando, ma che siamo musiciste vere – racconta Elena – . Qui in Calabria si vivono in modo pesante gli atavici pregiudizi sulle donne. Se poi si mettono persino a fare rock...». E ora, soprattutto, a cantare contro la ’ndrangheta. Con Io non mi inchino la musica de Le Rivoltelle trasporta l’iniziale ribellione di genere a un livello universale, sociale e culturale. «Abbiamo un pubblico di giovani che vedono in noi un modello di riscatto, siamo il loro punto di riferimento. Una responsabilità che avvertiamo profondamente, in particolare nei confronti delle donne». Nel video di Io non mi inchino non a caso è proprio da una bambina che parte la ribellione contro la prepotenza dei due baby mafiosi. Poi il gruppo la seguirà. «Se le donne cominciassero ad alzare la testa cambierebbe tutto – sbotta Elena –. Nel nostro piccolo noi lo facciamo con la musica e le parole. Nel brano l’inchino è quello che viene fatto fare alla statua, ma è nella vita di ciascuno che si deve dire basta alla sottomissione. A partire dalle compagne e mogli dei boss. Certo, molte di loro sono vere e proprie ma-lavitose, ma tante subiscono il fascino perverso del falso potere che vedono nell’uomo di mafia». 

Sullo sfondo un ambiente culturale maschilista e oppressivo che rende difficile ribellarsi ed essere padrone della propria vita. «Le donne però, essendo genitrici e avendo maggiore responsabilità sui figli – incalza Elena –, quando diventano mafiose sono persino più deprecabili perché in forza del loro essere madri rafforzano il male e lo tramandano». Il pubblico delle Rivoltelle è per ora quello di club, associazioni, ritrovi universitari e feste popolari magari organizzate da amministrazioni locali. A partire da quelle più minacciate da mafia e ’ndrangheta, visto che da un rapporto di pochi giorni fa emerge che nell’ultimo anno avvertimenti, intimidazioni e attentati a danno di sindaci e funzionari pubblici sono aumentati del 20 per cento. Segno, però, che non tutto fila liscio come prima per la criminalità organizzata e c’è chi non si inchina più così docilmente. «Potrebbe sembrare strano – dice Elena –, ma questo momento di crisi generalizzata, economica, occupazionale e morale sta facendo perdere forza e credibilità anche alla mafia. Anche se purtroppo il suo potere attecchisce soprattutto dove non c’è lavoro e attrae i giovani, reclutati con un po’ di euro insanguinati e l’illusione di farsi strada. Ma quella strada è sempre senza uscita, è un vicolo cieco». Figli e figlie di una terra calpestata ma ancora fertile che in Io non mi inchinofa cantare alle Rivoltelle: «Con la rabbia che mi porto dentro io ti uccido / E non ti ammazzo con le mani ma con le parole / Le ultime degli uomini che hai seppellito / La vendetta non usa più il coltello o la pistola / Ma la testa di chi ama e di chi ragiona». «Per troppi anni il coraggio non è stato minimamente considerato come possibile via di uscita – dice Elena –. Certo, troppi tragici esempi ci dicono che chi è stato coraggioso è finito anche ammazzato. Ma la parola coraggio non deve più essere per forza sinonimo di martirio. Basta cominciare a non inchinarsi più, se non per allacciarsi le scarpe e riprendere il cammino».

Articolo originale: http://www.avvenire.it/Spettacoli/Pagine/RIVOLTELLE-.aspx

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